Il primo giorno in classe


Insegno tecniche di cucina e passo la maggior parte del mio tempo in laboratorio, ciononostante i primi giorni di lezione, anche per la mia materia, avvengono in aula. Una decina di ore dove devo spiegare cosa andremo a fare, come lo andremo a fare, dove lo andremo a fare e naturalmente presentarmi come insegnante con gli allievi e viceversa. 
In queste giornate, oltre agli obiettivi  fissati dalla programmazione, io ne aggiungo un altro: instaurare immediatamente una relazione con la classe ed ogni singolo elemento del gruppo. 
Davanti a me ho in media una quindicina di adolescenti, ognuno con il suo mondo ognuno diverso (parafrasando Vasco Rossi...) ed io ho bisogno di poter capire chi ho davanti, il suo vissuto, le sue necessità e soprattutto i suoi problemi, allo stesso tempo i ragazzi devono capire che non mi interessa soltanto il loro profitto ma anche il loro benessere e la loro crescita personale.
Non dimentichiamo che l'adolescenza attuale è un periodo estremamente difficile e complicato, il soggetto si ritrova praticamente solo ad affrontare il mondo (le figure di riferimento, in media, ormai si sfaldano e spariscono durante l'infanzia...) e spesso questa fatica di vivere si trasforma in disagio e malessere. Un alunno sofferente e pieno di difficoltà ovviamente non avrà nè l'interesse nè la forza di dedicarsi all'apprendimento, le sue energie sono impiegate per sopravvivere al presente, altro non riesce a fare. Inoltre se anche io sono distante dal loro mondo e dai loro problemi sarò l'ennesima figura adulta che li tradisce ed abbandona (sebbene non sia un genitore e non è mia intenzione oltrepassare il mio ruolo di insegnante ed educatore), innescando così sentimenti di rabbia ed avversione anche nei miei confronti.
Dopo una presentazione individuale dove faccio parlare i ragazzi delle loro passioni (principalmente gusti musicali, sport ed impiego del tempo libero), nelle due ultime ore di lezione faccio svolgere loro un esercizio di scrittura dove liberamente possono parlare di sé stessi, non è un tema di italiano e non mi importa della forma e della grammatica, quello che mi interessa sono i contenuti, che possono esprimere anche attraverso dei disegni.
Voglio che mi parlino dei loro sogni, delle loro speranze, dei loro affetti ma anche di quello che li ha delusi, di ciò che gli fa rabbia e delle loro paure.
Alcuni si limitano a scrivere l'essenziale (che comunque è sempre qualcosa in più rispetto a quello che esce tramite una presentazione orale...) mentre altri accolgono questo compito in maniera positiva e scrivono di sé stessi senza risparmiarsi troppo.
In questo modo instauro con gli allievi un inizio di conoscenza e di dialogo, acquisisco elementi che mi possono essere utili nel gestire situazioni di criticità e soprattutto propongo loro un'idea della loro scuola come luogo non distante ed accogliente, dove la crescita professionale va di pari passo con il miglioramento della propria vita e la propria maturazione interiore.

L'importanza della relazione nella gestione della classe



La scuola italiana è diventata un campo di battaglia, i recenti episodi di cronaca lo testimoniano. Docenti sfregiati, picchiati dagli alunni o aggrediti dai genitori. Neanche troppo la punta di un iceberg di una situazione assolutamente difficile, contrassegnata da un conflitto contro il corpo docente, che non di rado diventa anche fisico.
L'insegnante diventa un nemico agli occhi di alunni e genitori nel momento in cui dice no! La frustrazione di un brutto voto, un qualsiasi provvedimento disciplinare od anche una famigerata bocciatura non è tollerata non solo dai discenti ma spesso dai genitori stessi...
Su quanto detto ci sarebbe da scrivere per giorni ma eviterò, sia perchè oggi ho poco tempo, sia perchè, a proposito di frustrazione, riflettere sul livello di decadenza al quale siamo arrivati, grazie alla non-cultura e alla irrazionalità del clima culturale degli ultimi cinquant'anni  provoca in me molta rabbia.
L'insegnante si trova sempre più isolato e sprovvisto di strumenti per svolgere e mantenere il proprio ruolo, inoltre  è anche socialmente solo ed osteggiato, se così non fosse non ci ritroveremmo genitori che fanno veri e propri agguati al corpo docente...
Per esperienza posso affermare che, in questa assurda e paradossale situazione, può essere enormemente d'aiuto cercare di entrare in relazione
Per entrare in relazione intendo l'instaurare un rapporto con ciascun alunno nel quale ci si preoccupa di lui non solo come discente ma anche come individuo con una personalità ed un vissuto che spesso risulta essere problematico e doloroso.
Nell'adolescenza attuale il soggetto si ritrova di fatto semi-abbandonato, egli è solo nell'affrontare il mondo e nel superare le proprie tappe di sviluppo.
Ad aumentare questa distanza tra adolescenti ed adulti c'è  una forma mentis ed un approccio all'esistenza totalmente nuovo dei primi rispetto a quest'ultimi.
L'adolescente vive la figura adulta con rabbia perchè essa è ormai di fatto assente e la percepisce come distante perchè c'è sempre più difficoltà di comunicazione e comprensione.
L'insegnante è un adulto che in quanto tale può porsi in maniera presente e fare la differenza: io ci sono, il tuo mondo mi interessa e se hai dei problemi ti ascolto e se posso ti aiuto. 
Tutto questo entro il limite imposto dal proprio ruolo, nell'ottica di rafforzare il ruolo stesso e non di sfaldarlo ulteriormente!
Nei prossimi post racconterò nello specifico di alcune mie modalità per instaurare una relazione, di come tutto ciò mi aiuti nella gestione della classe e nel dare i tanto odiati NO, senza, almeno per ora, scatenare ripercussioni fisiche sulla mia persona...



Bullismo ed educazione allo scontro



Qualche mese fa ero a lezione con una classe molto numerosa e così problematica che anche il Sergente Hartman di Full Metal Jacket si sarebbe trovato in difficoltà... Ad un certo punto mentre seguivo dei ragazzi nella mantecatura di un risotto sento provenire dalle mie spalle alcune volgarità.
Mi sono girato ed ho chiesto chi fosse stato, naturalmente non era stato nessuno.
Quello che mi ha dato fastidio, oltre alla parolaccia  in sé, è stato che il gesto mi fosse stato fatto alle spalle. Non era solo un problema di disciplina, c'era dell'altro. 
C'era che un ragazzo nello scegliere di scontrarsi con me (come è anche normale che avvenga nella duplice relazione alunno-docente ed adolescente-adulto) aveva attuato una modalità eticamente scorretta. Il mio intervento doveva andare oltre la semplice gestione della classe, doveva essere anche di tipo educativo e così è stato: ho chiesto all'autore del gesto di avere il coraggio di venire fuori, di assumersi le proprie responsabilità ed ho invitato lui ed il resto della classe a riflettere su questo tipo di comportamento. 
Senza troppi giri di parole gli ho detto, allargando il tema del discorso, che fare le cose "alle spalle" (sia nella vita reale che nei social...), magari in superiorità numerica o semplicemente facendosi forti del gruppo  era un comportamento da persone poco coraggiose, un tipico comportamento da vigliacchi, al contrario non essere più bambini ma adulti ed uomini o donne significava affrontare persone o situazioni a viso aperto, con lealtà e mai forti con i deboli e deboli con i forti.
Questo mio intervento è stato molto efficace in termini disciplinari, in questo modo ho messo sotto scacco il ragazzo: se mi fai le cose alle spalle non ci fai una bella figura quindi fammele davanti, condizione questa però più difficile ed impegnativa da attuare!
Oltre a questo elemento c'è stato un primo approccio di quella che possiamo chiamare "educazione allo scontro", purtroppo è stato solo un approccio perchè senno mi si scuoceva il risotto...
La dimensione del conflitto è tipica dell'adolescenza, è nel conflitto che l'adolescente si autodetermina, si sperimenta ed afferma sia come individuo che come componente di un gruppo. Quando però questo conflitto ricalca quello dell'attuale mondo degli adulti (dove la legge del più forte, la mancanza di empatia e soprattutto la mancanza di una etica che non sia quella del profitto ad ogni costo la fanno da padrone...) ecco nascere i cosiddetti ed oggi tristemente noti fenomeni di bullismo.
Ritengo un elemento necessario nella lotta al bullismo l'indirizzare gli adolescenti nell'esprimere la propria conflittualità dentro delle regole etiche ben precise: tra queste dovrebbero spiccare il senso della propria dignità, del proprio valore personale, il senso di lealtà, di giustizia e protezione nei confronti del più debole.

Sprite e codeina. Breve disamina della trap



Quando ho iniziato ad insegnare cucina ero molto contento del fatto che la maggior parte dei miei allievi ascoltasse rap, è la musica dalla quale in parte provengo, che tuttora ascolto e che temo continuerò ad ascoltare fino alla fine dei miei giorni. Il fatto che i miei alunni fossero attratti da una sottocultura che conosco abbastanza bene era un fattore che giocava a mio favore nell'instaurare una solida relazione pedagogica, però ad un certo punto le cose si sono complicate.. era arrivata la trap! A me non piaceva la trap, tuttora non piace e penso proprio che non mi piacerà mai. 
La trap è un sottogenere musicale dell'hip hop nato nel sud degli Stati Uniti, il nome deriva da trap house ovvero in slang quelle case abbandonate dove i pusher  tagliano, confezionano e vendono le sostanze.
A livello stilistico è caratterizzato da delle basi molto cupe, ossessive e cantilenanti tanto da sembrare delle angoscianti ninna nanne mentre il cantato è molto semplice, ripetitivo, a volte privo di rime (cosa che i puristi del rap giudicano come una vera e propria eresia e tutti i torti non hanno...), a volte appositamente sbiascicato.
I testi restringono ancora di più il già di per sé esiguo orizzonte valoriale dell'hip hop attuale, essi esprimono pura materialità: soldi facili e ricchezza, esaltazione dello spaccio, esaltazione del proprio disagio, vestiti costosissimi ed ovviamente sesso e droga.
Fondamentalmente niente di nuovo sotto il sole, ammettiamolo! E' la solita formula sesso, droga e rock n roll che si ripropone. Io a 14 anni ascoltavo solo i Sex Pistols, in camera avevo il poster di Sid Vicious che è morto di overdose e che, anche se non se lo ricordava perchè era fatto, ha accoltellato a morte la sua fidanzata. Gli stessi gruppi che ancora ascolto non è che parlano di metafisica.. ma la musica la si ascolta soprattutto per l'energia che ci da e per le corde che dentro di noi fa risuonare...
Stili musicali provenienti da culture underground come il punk o  l'hip hop  hanno sempre avuto come caratteristica una vena di ribellione e di critica nei confronti della società, stesso discorso per il rock nella sua accezione più ampia. Una ribellione ed una critica spesso inutile, spesso a volte anche di facciata ed ipocrita però c'era. 
La musica trap invece esalta a tutto tondo l'edonismo contemporaneo e spinge questa esaltazione in maniera totalizzante ai suoi estremi. 
Quello che esalta la trap lo esaltava molto spesso già l'hip hop dell'ultimo decennio, ma essa totalizza questa esaltazione, si spinge oltre distruggendo qualsiasi regola etica.
Il rap esalta il successo, la ricchezza e descrive lo spaccio come una mera necessità del ghetto (anche se sono del parere che è meglio fare la fame che spacciare eroina.. per intenderci!), la trap esalta direttamente lo spaccio come mezzo per avere successo, nei loro testi appare un attività lecita e perfettamente morale.
Nell'ultimo decennio la scena rap aveva sdoganato senza troppo pudore il consumo di cocaina, adesso con la trap lo sdoganamento è nei confronti di qualsiasi tipo di sostanza compresi psicofarmaci ed oppiacei (la droga preferita dei trapper è il purple drank, un mix di Sprite e di legalissimo sciroppo per la tosse a base di codeina, praticamente una pera legale e di facile reperibilità...). Inoltre lo stare sempre fatti, per ovviare alle proprie ferite e ad eventuali disturbi psichici,  non è più descritto come anch'essa una triste realtà, o qualcosa almeno da criticare seppur in parte e debolmente bensì come uno stile di vita, uno status di cui vantarsi.
Rispetto alla mercificazione del sesso e della donna già stavamo a buon punto grazie al rap statunitense, per cui in questo campo poco hanno potuto aggiungere...
Per quanto riguarda l'estetica la trap rinuncia ad un proprio stile ed identità, le marche e lo stile che si predilige sono semplicemente quelle all'ultima moda, l'unico canone estetico espresso è il lusso dei propri abiti, altre dimensioni di significato e simbolismi non ce ne sono.
Per quanto riguarda l'Italia i trapper nostrani hanno almeno un valore: la Mamma! Viene descritta come il loro unico amore, altri non ce ne possono essere anche se si è ventenni.. la mamma, gli sciroppi per la tosse, bibite gassate ed una musica che sembra una ninna nanna: praticamente lo stesso orizzonte di senso di un bambino di sei anni.

Danny Way: un esempio di perseveranza e coraggio



Oggi va tanto di moda la parola "resilienza", questo sostantivo indica la capacità di un individuo di far fronte in maniera positiva a eventi traumatici, di riorganizzare positivamente la propria vita dinanzi alle difficoltà, di ricostruirsi restando sensibili alle opportunità positive che la vita offre, senza perdere la propria identità.
Personalmente non amo queste mode, quando un concetto inizia a diventare popolare tanto da diventare una didascalia da mettere sotto le proprie foto sui social o peggio ancora una parola da tatuarsi nasce in me una sensazione di profondo fastidio.
Non so cosa pensi Danny Way di questa mia disquisizione, non so se conosce questa parola relativamente nuova e tanto tristemente abusata..
Di sicuro Danny Way è un esempio di resilienza o detto in altri termini e senza seguire questi discutibili trend pseudo-intellettualoidi è un esempio di perseveranza, combattività, speranza, forza d'animo e coraggio!
A neanche un anno di età suo padre si impicca nella cella del carcere dove si trovava mentre la madre inizia ad abusare di stupefacenti e psicofarmaci.
Danny cresce in un clima familiare instabile, la madre cambia spesso partner e spesso gli uomini che sceglie sono violenti ed abusanti, fino al matrimonio con il noto surfista Tim O'Dea. Tim è una figura adulta positiva per Danny, non solo a livello affettivo ma anche perchè gli fa scoprire l'amore per il surf e soprattutto per lo skateboarding. Danny è molto bravo a skeitare e nel giro di qualche anno diventa un professionista sponsorizzato dalle maggiori company statunitensi come la Powell Peralta e la H-Street. 
Tim però si allontana dalla sua vita, prima con il divorzio dalla madre e poi con la sua morte durante una sessione di surf.
Danny non si arrende e continua a skeitare e a migliorare, è ormai uno dei pro-skater più forti nel vert (da vert skating, disciplina dello skateboarding in cui si skeitano rampe di minimo 3 metri di altezza detti half-pipe) a livello mondiale. Nel 1994 si rompe il collo ma fortunatamente riesce a riprendersi e dopo la riabilitazione combatte le sue paure e continua ad allenarsi e a restare uno dei più forti del pianeta.
Intanto diventa anche un imprenditore e fonda insieme al suo mentore Mike Ternansky (un'altra figura di riferimento nel deserto affettivo di Danny) ed al suo amico Colin McKay (un altro fortissimo vert skater) la rivoluzionaria company Plan B.
Non sono anni facili per lo skateboarding gli anni 90, sono anni difficoltosi e bui dove questo sport perde popolarità ma Danny continua a skeitare ed insiste nel suo progetto imprenditoriale.
Nel 1997 Mike Ternansky muore in un incidente stradale, Danny rivive ciò che è successo con il suo patrigno Tim O'Dea.
Gli anni 2000 segnano la rinascita dello skateboarding ma Danny non si è mai fermato, è ormai un imprenditore di successo e nonostante l'età e tredici operazioni affrontate è ancora fortissimo come vert skater.
Nel 2005 salta da una gigantesca rampa all'altra la grande muraglia cinese!
Siamo nel 2017 e Danny è ormai una leggenda vivente dello skateboarding mondiale, egli ha incarnato in pieno lo spirito dello skateboarding (che non è solo uno sport ma qualcosa di più profondo..): osare, cadere e farsi male ma rialzarsi sempre.






Il culto del disagio



"Esiste una sconfitta pari al venire corroso che non ho scelto io ma dell'epoca in cui vivo.."  cantavano i CCCP (storico gruppo punk emiliano degli anni 80). Questa frase mi ha sempre colpito e fatto pensare. Esprimeva quello che sin da ragazzo pensavo, esprimeva la noia esistenziale che iniziava a diffondersi negli anni 80 e che si era ormai sedimentata negli anni 90 e che è stata descritta perfettamente da quel colpo di fucile che Kurt Cobain si è sparato. Prima dei Nirvana ed anche dei CCCP ci sono stati altri gruppi che hanno descritto attraverso la musica le angosce dell'uomo contemporaneo, pensiamo alla Dark Wave britannica, ai The Cure ed ai Joy Division con il loro triste epilogo per esempio. La musica contemporanea non può non descrivere il malessere esistenziale della società occidentale, è inevitabile ed anche ovvio. Quello che non è ovvio è che ormai, canzoni d'amore a parte, tutta la musica mainstream affronta temi intimistici legati ad una dimensione di malessere esistenziale e psicologico in cui si descrive un individuo ripiegato su se stesso ed intento sulle proprie ferite. Non c'è altro, non c'è alcuna dialettica tra disagio e risoluzione di esso. Il malessere è assolutizzato, decontestualizzato, non stiamo male perchè vi sono determinate cause socio-economiche e culturali, stiamo male perchè è la vita che fa schifo. Con questo non intendo che sarebbe auspicabile celebrare la vita in maniera scontata e dozzinale come fa Jovanotti nei suoi stucchevoli testi, tra l'altro ogni volta che ho la disgrazia di ascoltare una sua canzone mi viene da imitare il sopracitato Kurt Cobain.. Non auspico neanche un ritorno alla musica come strumento di denuncia sociale, si vuole solo evidenziare in questa sede l'assolutizzazione della sofferenza esistenziale nella cultura musicale contemporanea, di altro non si parla o quantomeno non vi sono risposte, non si cercano soluzioni, ci si limita a piangerci addosso. Il disagio è avulso da qualsiasi causa economica, sociale, politica, c'è perchè è l'esistenza che è uno schifo e quindi non lo si può combattere, non ci sono soluzioni, al massimo dei rimedi di tipo farmacologico (legale o meno..).
Come già ho espresso nel post su Gomorra i mass media non solo descrivono la realtà ma nel descriverla la creano. Questo sta succedendo anche con la musica maistream ed il suo pubblico.
In un contesto sociale e culturale dove qualsiasi identità è resa fragile e precaria  e quando nonostante tutto sussiste è malvista in quanto tale, i giovani ricercano la propria anche nella musica e la risposta che ottengono è: "io sono perchè soffro".
Si sta creando un vero culto del disagio, esso è un brand da indossare, un vero e proprio stile di vita nel quale si è quasi fieri delle proprie problematiche psicologiche ed esistenziali così come si è fieri dei farmaci che si assumono per (non) affrontarle.
Avere l'ansia, tagliarsi, "stare sempre fatti", "fumare i casini" e "bere i problemi", come dice il trapper Ghali, sembra sia diventato uno status symbol. Prima chi assumeva psicofarmaci lo faceva di nascosto e se ne vergognava, cosa anch'essa non giusta, adesso è un motivo di vanto e di prestigio.
A livello pedagogico è auspicabile intervinire su tre punti fondamentali così da proporre una disamina della questione a partire dal piano spirituale (ebbene si! Non è una bestemmia..), filosofico, politico e socio-economico:

  1. Stimolare una riflessione profonda sulle cause della sofferenza umana: essa fa certamente parte dell'esistenza ma non va subita, nello stesso tempo essa è determinata, di volta in volta da precisi fattori socio-economici, politici e culturali rispetto ai quali bisogna prendere coscienza ed assumere un atteggiamento attivo sia a livello individuale che collettivo.
  2. Ricercare ed aiutare l'adolescente a risvegliare quelle energie vitali che possano aiutarlo ad affrontare la vita in maniera combattiva e costruttiva piuttosto che autodistruttiva e vittimistica.
  3. Favorire la costruzione di un'identità non basata sulle tendenze culturali del momento e sui dettami del mercato, bensì proporre la conoscenza di se stessi, delle proprie attitudini, delle proprie energie ma anche dei propri limiti al fine di una vera realizzazione individuale.

Infine bisogna far capire al soggetto, laddove vi siano problematiche psicologiche e/o psichiatriche importanti, che l'auto-cura non è una soluzione ma al contrario un ulteriore problema mentre sarebbe necessario rivolgersi ad uno specialista che possa realmente aiutarlo a guarire le proprie ferite. Ma di questo ne parlerò più specificatamente nei prossimi post.

Tim Raue: alchimia del dolore e della violenza





Lo chef stellato Tim Raue è nato nel 1974 a Berlino ed è vissuto nel quartiere di Kreuzberg, il più malfamato di quella che allora era Berlino Ovest. Figlio di genitori divorziati verso i nove anni fu costretto a trasferisi dal padre a causa delle evidenti difficoltà economiche ed esistenziali della madre, inizia purtroppo per il piccolo Tim un inferno fatto di violenza domestica.
Per anni Tim subirà tutta la vigliaccheria e la frustrazione della figura paterna. Dolore fisico, paura, ospedali e l’enorme tristezza per essere stato abbandonato dalla madre e tradito dal padre. Tim cresce, l’innocenza rubata e negatagli si trasforma in una bomba di odio pronta ad esplodere; violenza e sopraffazione sono le uniche leggi che conosce e la dura realtà di Kreuzberg non fa che confermare gli insegnamenti appresi in casa.
La bomba di odio espolde, Tim diventa un ragazzo di strada, un membro di una gang e da vittima diventa carnefice. Adesso non è più lui a subire, ha imparato a sopravvivere e per sopravvivere in strada devi giocare sporco. Furti e rapine ma anche risse e pestaggi per primeggiare con le altre gang in un campionato senza regole in cui coltelli, mazze da baseball e bottiglie rotte lasciano poco spazio al fair play. 
Violenza, rabbia, e autodistruttività, l’epilogo di questa storia sembra scontato: Tim finirà seppellito in carcere, morto ammazzato o peggio ancora tossicodipendente a vita.
Invece il futuro Chef si rende conto che così non può continuare e che quel tipo di vita non gli darà nessun futuro, solo altra sofferenza. Cerca lavoro e in un centro per l’avviamento al lavoro gli vengono proposte tre alternative: frequentare una scuola per diventare o imbianchino o gardiniere o cuoco. Sceglie quest’ultima, in fondo mangiare è bello e l’assaporare le fragranze e sentire gli odori di quelle merendine che si comprava al supermercato con la paghetta costituiva un momento di pace nel suo inferno minorile.
Tim non solo non vuole finire male ma vuole emergere, vuole diventare famoso e fare la differenza. Adesso ha una passione, si rende conto di avere talento, quella rabbia e quella violenza adesso si sono trasformati in combattività e lo aiutano ad affermarsi in un ambiente dove ci vuole personalità, ambizione, serietà, forza di volontà e resistenza fisica. In più se  provieni da Kreuzberg la determinazione deve essere doppia rispetto a quella dei tuoi colleghi perché nessuno ti regalerà la sua fiducia.
A neanche 25 anni è già Chef e il resto è storia.
Adesso Tim Raue gestisce ed è lo Chef del Tim Raue Restaurant, un ristorante stellato tra i più famosi di Berlino, della Germania e incluso tra i “The world’s 50 best restaurants”. La sua idea di ristorazione rispecchia la personalità di un ex ragazzo di strada egocentrico, trasgressivo ed aggressivo: camerieri in t-shirt e blue jeans, sapori forti, note acide e piccanti sopra le righe per le concezioni classiche di cucina...  ma questo non è un blog di cucina gourmet e poco ci deve importare del menu del nostro Tim, quello che invece deve risaltare è l’incredibile percorso di vita di un uomo che, riportando le sue parole, è stato capace di controllare le sue energie negative per trasformarle in qualcosa di meraviglioso.

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